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Sconfinamenti formativi

SCONFINAMENTI FORMATIVI

È la prerogativa dei somari, raccontarsi ininterrottamente la storia della loro somaraggine: faccio schifo, non ce la farò mai, non vale neanche la pena provarci, tanto lo so che vado male, ve l'avevo detto, la scuola non fa per me... La scuola appare loro un club molto esclusivo di cui si vietano da soli l'accesso. Con l'aiuto di alcuni professori, a volte.”
Con queste parole lo scrittore Daniel Pennac, ex somaro e ex insegnante di lettere in un liceo parigino, racconta in Diario di scuola (Feltrinelli, 2010) le frustrazioni di chi è tra gli “sconfitti” del sistema educativo, di chi si trova negli ultimi banchi. Un’opera che prende spunto da esperienze autobiografiche per mettere in discussione la relazione tra insuccesso scolastico e insuccesso nella vita, perché Pennac non è l’unico cattivo studente che si è riscattato: anche Albert Einstein è un esempio illustre. Pennac sembra dirci che il sistema scolastico non può pretendere che l’insegnamento si traduca nell’applicazione di un insieme di regole fisse; il buon docente è colui che, anche oltrepassando qualche limite e qualche barriera, saprà trovare la soluzione migliore per risvegliare nel bambino il bisogno di aprire la mente:
“ogni studente suona il suo strumento, non c'è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l'armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un'orchestra che prova la stessa sinfonia.” (“Diario di scuola”, Feltrinelli, 2010)
Vea Vecchi, responsabile delle mostre, dell’editoria e dell’atelier di Reggio Children, in un’intervista a Paola Pierotti, giornalista PPAN (www.ppan.it), ha sottolineato l’importanza dell’ascolto: “Tutta la nostra filosofia educativa si fonda sull’intreccio di linguaggi, compreso quello dei bambini che sono i nostri principali interlocutori. Loro non hanno confini e quando pensano corrono rapidamente da un tema ad un altro: ecco allora che quando si progettano spazi per loro non ha senso dividere, tagliare a fette, separare.
Se infatti l’insegnante deve sapersi immedesimare nell’alunno, ancor di più deve saperlo fare l’architetto che progetta i luoghi dell’apprendimento; Sandy Attia, dello studio Modus Architects di Bolzano, con esperienza nella costruzione di numerose scuole, introduce una nuova idea degli spazi educativi: non più edifici monofunzionali con muri spessi a separare dall’esterno, ma scuole inclusive che si aprano alla frequentazione di fasce diverse della popolazione e non più rigide aule per dividere un gruppo di studenti da un altro, ma ampi spazi comuni. E infatti “nelle scuole più innovative” sostiene Attia “ci sono punti di socializzazione informali, ci sono biblioteche diffuse allestite su carrelli in ogni piano e non c’è più la biblioteca ufficiale, ci sono spazi cablati in tutta la scuola e non ha più senso di esistere la sala informatica”.
Tutto questo perché “Il bambino è fatto di cento. Il bambino ha cento lingue cento mani cento pensieri cento modi di pensare di giocare e di parlare […] ma gliene rubano novantanove. Gli dicono: di pensare senza mani di fare senza testa di ascoltare e di non parlare di capire senza allegrie di amare e di stupirsi solo a Pasqua e a Natale. […] Gli dicono insomma che il cento non c’è.” (tratto dalla poesia di Loris Malaguzzi Invece il cento c’è).

16/06/15