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L'architetto è un sognatore

L’ARCHITETTO È UN SOGNATORE

Sono andata a vedere la mostra Gio Ponti e la Richard Ginori. L'eleganza della modernità a Torino, all'ultimo piano di Palazzo Madama. È una piccola esposizione, un'unica sala piena di oggetti di elegante bellezza, ma non solo quello. Un video molto interessante delinea la personalità artistica e professionale di Gio Ponti attraverso interviste e ricordi di prima mano e al fondo della sala campeggia un pannello con una bella foto del giovane Ponti vestito alla moda degli anni '20; sulla foto un suo breve scritto:

«Inseguo il sogno di una casa vivente, versatile, silente, che s'adatti continuamente alla versatilità della nostra vita, anzi la incoraggi, con cento risorse che noi architetti insegneremo, arricchendola, con pareti e mobili leggeri; una casa variabile, simultaneamente piena di ricordi, di speranze e di coraggiose accettazioni, una casa "per viverla" nella fortuna e anche nelle malinconie, con quel che ha di immobile e fedele, e con quel che ha di variabile ed aperto ed aprendone le finestre perché v'entrino nel loro giro, sole e luna e l'altre stelle, e tutto è movimento, chi scende e chi sale nel mistero della crescita, e chissà cosa vedrà; rivolgendomi a voi inseguo l'immagine di una nuova società umana; questa immagine non è un miraggio irraggiungibile, e sta in noi sognarla per raggiungerla perché nessuna cosa si è avverata che non fosse dianzi sognata».

Leggendo ho pensato che in queste parole di Gio Ponti c'è la vera missione dell'architetto, affascinante e necessaria, e tutta l'importanza del suo ruolo all'intero della società. L'architetto che sa interpretare i bisogni delle donne e degli uomini e sa riconoscere un attimo prima degli altri la realtà che cambia perché l'ha sognata. E la "casa vivente" di cui parla Ponti è anche la città, lo spazio costruito all'interno del quale vive questa variopinta umanità in perenne movimento. Gli architetti sono capaci di insegnare "cento risorse" per adattare lo spazio ai bisogni ed ai desideri degli uomini: non posso negare che questa affermazione ha risvegliato in me un certo orgoglio, che le quotidiane umiliazioni professionali avevano ricacciato nei territori dell'inconscio.
Allora mi concedo questa impennata di orgoglio, ma insieme rifletto sul perché devo scavare così a fondo per ritrovarlo e mi rendo conto della progressiva erosione della dignità professionale operata negli anni anche ad opera di noi stessi. Ed a chi, se non all'Ordine professionale e alla Fondazione spetta il compito di recuperare e riaffermare il ruolo sociale dell'architetto?

Marta Colombo
Consigliere della Fondazione per l’architettura / Torino

29/02/16