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Bellezza sociale

BELLEZZA SOCIALE

In questi anni mi sono chiesto sempre più frequentemente perché l’architettura contemporanea, quella delle riviste e delle copertine dorate, destasse sempre meno interesse in me e mi lasciasse progressivamente indifferente.
Potevo entusiasmarmi per una buona soluzione o per uno spazio particolarmente riuscito, ma lo sguardo sembrava cercare oltre i bordi delle immagini, nella vita che gli gira intorno, negli sguardi degli abitanti che l’hanno vista crescere senza ben capire cosa stesse succedendo.
Mentre il mio interesse sta crescendo per tutta una serie d’esperienze che qualche critico più strutturato di me definirebbe “laterali” e “periferiche”.
Alludo alle tante esperienze comunitarie di gardening, di social farming, di ridefinizione di spazi pubblici abbandonati, di rielaborazione di processi che ripensino radicalmente all’idea di abitare comune e di condivisione delle risorse e delle esperienze. Si tratta di storie orizzontali che incontri a tutte le latitudini e che sono soprattutto accumunate dal desiderio di costruire nuove forme comunitarie, di ridurre l’impatto alienante delle metropoli, di immaginare una forma diversa di progetto della realtà e di come abitarla insieme.
Tutti questi processi, che spesso hanno poco a che fare con l’architettura tradizionale, invece sono portatori di nuovi desideri, di domande sociali profonde che mettono in discussione la figura dell’architetto e dei suoi saperi, caricandola d’interrogativi importanti, direi quasi necessari in questo momento storico.
Domande che hanno a che fare con il ruolo sociale dell’architetto, sul valore etico e di responsabilità che l’architettura potrebbe ancora esercitare nella realtà attuale, sul significato politico del fare architettura oggi; interrogativi che potrebbero ribaltare molte prospettive consolidate e punti di vista cristallizzati per aprire prospettive eccitanti e stimolanti per i prossimi anni.
Ed è per questo che allora è giusto parlare oggi di “architetture resistenti”, di tutte quelle opere che hanno saputo esercitare il loro diritto a contribuire alla nostra vita sociale, all’affermazione di valori e storie condivise, alla capacità di costruire un pensiero e spazi contemporanei senza rinunciare all’ascolto amoroso dei luoghi. Le architetture resistenti sono un patrimonio di tutti noi, perché sono state pensate per tutti noi, oltre l’edonismo del gesto e il solipsismo autoriale, ma non per questo immaginate come opere che lasciassero indifferenti e che si nascondessero ai nostri occhi.
Le architetture resistenti non sono solo monumenti in cui la retorica del messaggio diventa un motore straordinario di costruzione del linguaggio e delle scelte, ma sono soprattutto luoghi pubblici, spazi collettivi, aperti alla vita e alle comunità che li abiteranno. Sono architetture che sanno invecchiare bene, con grande dignità, e che sanno accogliere le trasformazioni senza paura ma come una sfida ambientale. Sono frammenti di paesaggio che è giusto conoscere ed è bello abitare.

Luca Molinari, architetto, storico e critico di architettura.